Il tema del panafricanesimo, per alcuni solo un sogno, emerse tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta del secolo scorso, in contesto internazionale reso difficile dagli effetti devastanti del secondo conflitto mondiale, con la corsa agli armamenti e le strategie di deterrenza nucleare da parte dei due grandi blocchi contrapposti, Usa e Urss. E se i loro interessi, unitamente alla forza attrattiva, costituirono per gli africani un indubbio ostacolo su un percorso di unità d’intenti, resta indiscutibile che il panafricanesimo fu la più significativa espressione delle forti istanze di cambiamento originate dai processi di decolonizzazione in Africa, come del resto nel vasto continente asiatico.

Basti pensare a personaggi come il senegalese Leopold Sedar Sénghor o al ghanese Kwame N’Krumah, i quali indicarono la via del riscatto dal giogo imposto dalle potenze coloniali europee. Essi furono i padri di un movimento culturale e politico che, con valenze diverse e sfumate per certi versi oggi meno credibili, auspica tuttora l’unione di tutti gli stati africani. Sénghor e N’Krumah facevano riferimento a scuole di pensiero legate al movimento per il rinascimento africano promosso dalle popolazioni “afro” d’America all’inizio del secolo scorso, durante la lotta per l’emancipazione razziale.

Per comprendere, comunque, la lungimiranza del pensiero di questi visionari, è sufficiente leggere Africa Must Unite, pubblicato da N’Krumah nel 1963.

«Attualmente — scriveva N’Krumah facendo riferimento allo scenario della guerra fredda — molti stati africani indipendenti si stanno muovendo in una direzione che ci espone ai pericoli dell’imperialismo e del neocolonialismo. Ci occorre, perciò, una base politica comune per l’integrazione delle nostre politiche di programmazione economica, di difesa delle relazioni estere e diplomatiche. Questa base di azione politica non richiede la violazione dell’essenza della sovranità dei singoli stati africani. Questi stati continueranno a esercitare una autorità indipendente, a eccezione di settori definiti e riservati all’azione comune, nell’interesse della sicurezza e dell’ordinato sviluppo dell’intero continente».

La determinazione di N’Krumah a realizzare questo “sogno africano” fu tale che inserì il progetto dell’Unione africana addirittura nella costituzione ghanese.

Ma perché non si realizzò il federalismo tanto agognato da N’Krumah? L’indagine storica su quegli anni prova che le élite locali furono, paradossalmente, in gran parte responsabili della frammentazione territoriale che vanificò l’emancipazione e l’unità politica del continente. Accecati com’erano dal vento del nazionalismo, le prime classi dirigenti africane erano convinte che il tema dell’unità continentale sarebbe potuto diventare materia di discussione solo quando le loro nazioni avessero conseguito la piena maturità, non prima.

Allorché si presentò la storica opportunità della Conferenza di Addis Abeba nel 1963, i capi di stato e di governo africani, dopo una lunga discussione, nel corso della quale emersero idee contrapposte, sancirono, come base della nuova unità, il principio del «rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale dello stato» (in altre parole nessuno poteva interferire negli affari interni di un paese, anche in caso di colpi di stato o dittature), nonché quello dell’«intangibilità delle frontiere» ereditate dal colonialismo, cioè il mantenimento dello status quo.

Nacque così, segnata da una sorta di peccato originale, l’Organizzazione dell’Unità africana (Oua). Riguardo alla non ingerenza, la nascita dell’Unione africana (2002) ha certamente rappresentato un superamento, almeno in linea di principio, di questo assioma, mentre sulla questione dei confini l’orientamento è sempre incentrato sul mantenimento della geografia coloniale. Eppure, la secessione prima dell’Eritrea dall’Etiopia (1993), come anche quella del Sud Sudan dal Sudan (2011) costituiscono, di fatto, un precedente che potrebbe precludere a nuovi assetti.

 

Osservatore Romano, 2 aprile 2019